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Ezio Mauro, da "Repubblica"
L'Occidente
colpito al cuore
IN
QUELLO spazio televisivo in cui
accade ormai tutto, e nella contemporaneità
universale della globalizzazione,
si è compiuta ieri una
tragedia che non credevamo possibile.
L'America attaccata direttamente
dal terrorismo, che è arrivato
a colpirla nel cuore stesso della
sua modernità - le due
torri del World Trade Center a
Manhattan - e nella fortezza invulnerabile
del suo potere militare, il Pentagono.
Migliaia e migliaia di morti,
la Casa Bianca evacuata, il presidente
Bush prelevato dall'Air Force
One in un piano d'emergenza assoluto,
e portato in un rifugio segreto,
perché Washington è
improvvisamente in pericolo, come
New York, come tutta l'America,
come l'Occidente.
Una tragedia politica inconcepibile,
che in pochi minuti amplifica
in misura spaventosa la folle
potenza distruttiva dei kamikaze,
porta per la prima volta un atto
di guerra sul suolo americano,
buca per sempre il progetto dello
scudo spaziale dietro il quale
doveva proteggersi il nuovo isolazionismo
di George W. Bush. E' il primo
atto di una storia che non conosciamo,
perché contrappone un nemico
invisibile dell'Occidente e una
vulnerabilità improvvisa
della superpotenza mondiale egemone.
Sappiamo soltanto che la data
di ieri cambia il corso della
nostra epoca.
Tutto
ciò poteva compiersi in
un modo solo, con la semplicità
dell'impossibile. Un aereo di
linea, dirottato, che di prima
mattina arriva sopra Manhattan,
punta sulla prima delle due torri,
la centra come un bersaglio di
morte e di potenza. Diciotto minuti
dopo, in quello stesso schermo
che mostra al mondo incredulo
il fuoco e il fumo che escono
dal cratere di vetro, compare
un secondo aereo che nel silenzio
dello spazio televisivo cerca
la seconda torre, la penetra con
la facilità naturale di
un videogame e distrugge in quell'incendio
mortale la sicurezza americana
e il sentimento della superiorità
militare occidentale. Oltre a
distruggere per sempre il paesaggio
della moderna mitologia di New
York e il paesaggio politico in
cui credevamo di dover vivere:
perché un terzo aereo,
intanto, si è gettato sul
Pentagono, violandolo e mandandolo
a fuoco.
Il
doppio simbolo americano, e universale,
è stato scelto con cura.
Il potere (economico, commerciale,
finanziario) a New York, la potenza
(militare, di difesa e di offesa)
a Washington. Quei simboli oggi
sono decapitati, il fumo del Pentagono
si è visto in tutto il
mondo, le Torri sono addirittura
crollate su se stesse, con tutta
Manhattan che fuggiva verso il
nord, e la modernità rovesciata
in distruzione. E' difficile capire
com'è stato possibile che
i sistemi di sicurezza americani,
dagli aeroporti al Pentagono,
siano saltati, tutti insieme.
E' facile purtroppo pensare al
dramma nel chiuso di quegli aerei
dirottati (un quarto è
caduto in Pennsylvania), con i
passeggeri, l'equipaggio e i piloti
trasformati in un kamikaze collettivo.
Colpisce la geometrica potenza
di chi ha orchestrato l'orrore,
sacrificando fuori da ogni guerra
dichiarata migliaia di civili
inermi pur di portare il terrore
nel cuore dell'America: con una
coordinazione nel tempo e nello
spazio impressionante, per poter
cogliere di sorpresa la superpotenza
e le sue difese. Non sappiamo,
oggi, se davvero altre missioni
suicide puntavano su Camp David,
la residenza estiva del Presidente,
o addirittura sulla Casa Bianca.
Ma ciò che abbiamo visto
basta per dire che quanto è
accaduto ieri non ha precedenti
nella storia del terrorismo ed
è un vero e proprio atto
di guerra nei confronti degli
Stati Uniti.
Come
spiega Vittorio Zucconi, l'America
è ancora incredula, e sbigottita.
Ma tutt'intorno all'America, sono
crollate le Borse (solo in Europa
si sono bruciati 800 mila miliardi
di lire), mentre il prezzo del
petrolio si è impennato
a 31 dollari al barile, con una
crescita del 13 per cento. Reazioni
da guerra. Sensazioni che l'America
non aveva mai provato. Ospedali
in emergenza, la televisione che
lancia appelli perché serve
sangue, il porto di New York chiuso,
le comunicazioni telefoniche saltate,
tutti i voli bloccati, la parte
sud di Manhattan evacuata. In
più, il Presidente che
compare in Nebraska per un appello
televisivo, e per tutto il giorno,
prima di tornare alla Casa Bianca,
vola sull'Air Force One in una
rotta segreta, unica protezione
possibile perché il nemico
sconosciuto ha dimostrato di poter
colpire dovunque.
Abbiamo
assistito a questa giornata da
lontano, noi italiani e noi europei,
ma non come spettatori. Tutto
l'Occidente è bersaglio,
insieme con i simboli della sua
più avanzata modernità
americana. Oltre all'orrore per
il terrorismo omicida, e alla
pietà delle vittime, c'è
un altro sentimento che accomuna
l'Europa all'America colpita,
ed è il senso di fragilità
della democrazia. E' un sentimento
politico inevitabile, di fronte
alla fiammata improvvisa di onnipotenza
terroristica. Ma la democrazia
non è debole. Sconta soltanto
la sproporzione, anch'essa inevitabile,
tra i cittadini inermi di una
parte del mondo che si considera
in pace, riconosce i diritti degli
altri, rispetta i valori della
civile convivenza, e quella minoranza
invasata e militarizzata che usa
i codici di pace dell'Occidente
per deformarli con i gesti di
una guerra occulta, subdola, che
procede per omicidi programmati
come atti giganteschi di propaganda
politica. Le democrazie hanno
il vincolo continuamente accettato
di rimanere se stesse, pur davanti
alla sfida suprema del terrorismo,
e anche in questo sta la loro
superiorità. Ma nello stesso
tempo devono difendersi difendendo
i loro cittadini, senza lasciarli
in balia del terrore.
George
Bush ha garantito che "la
libertà attaccata sarà
difesa" e gli Usa daranno
la caccia ai colpevoli e li puniranno.
Tutti pensano al terrorismo islamico,
molti ripetono che Bin Laden tre
settimane fa aveva minacciato
una grande offensiva contro gli
Usa, nessuno dimentica l'attentato
islamico del 1993 proprio contro
le Twin Towers. Ma Henry Kissinger
invita a non semplificare, tenendo
conto del grado sofisticato di
preparazione e di organizzazione
che c'è dietro gli attentati.
Certo non si può pensare
a movimenti improvvisati, organizzazioni
casuali, personaggi potenti nella
strategia dell'orrore ma non fino
a questo punto. Va chiarito il
ruolo dei protagonisti, il loro
disegno e la loro identità.
Ma va chiarito anche il ruolo
degli "Stati canaglia",
da troppo tempo santuari nascosti
del terrorismo.
Ma
se non si vuole rimanere prigionieri
di una visione ipocrita, o scolastica,
della fase drammatica in cui è
precipitato l'ordine mondiale
dopo l'attacco di ieri agli Stati
Uniti, dobbiamo riportare al centro
del tavolo la questione mediorientale,
da troppo tempo lasciata al suo
destino. Non per le irresponsabili
scene di esultanza che ieri arrivavano
da Ramallah. Ma perché
l'America e l'Europa devono svolgere
la loro parte in un conflitto
che può diventare un'infezione
pericolosissima, per le categorie
politiche, culturali, religiose
che mette in campo. Sapendo che
dietro la questione mediorientale
s'innalza, inquietante, la questione
islamica, che troppo spesso prende
l'aspetto di una sfida totale
all'Occidente.
I
simboli colpiti dai terroristi
non sono dunque vuoti, se questa
vicenda ci coinvolge direttamente,
com'è giusto e inevitabile.
Credevamo, noi europei, di essere
approdati in un mondo nuovo con
il carico vincente delle nostre
ragioni, dopo aver ricucito la
storica frattura tra l'Est e l'Ovest
del nostro continente. Pensavamo
ad un nuovo ordine che vedeva
i nostri valori egemoni, dopo
la fine della guerra fredda e
la sconfitta dell'Urss, il "nemico
ereditario". E invece ecco
la nuova "guerra anomala",
senza un avversario, senza dichiarazioni,
senza eserciti e senza arbitri
riconosciuti. Ma è guerra.
Da ieri bisogna prendere atto
che il terrorismo è il
nuovo nemico dell'Occidente, perché
è il nemico della democrazia,
e va combattuto senza ambiguità
e senza reticenze, per difendere
le società democratiche
nelle quali viviamo.
Questa
guerra è anomala al punto
che non sappiamo chi è
il nemico, dove attaccherà
domani, quale terreno sceglierà
per lo scontro, quale arma, quale
bersaglio. Sappiamo soltanto che
la democrazia è più
forte finché rimane se
stessa, e per questo vogliamo
difenderla.
20010912