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Anni di battaglie, intellettuali, non hanno saputo diradare la folta coltre di nubi che incombe sulla figura, oramai...
La professione intellettuale e creativa di un non capito
Anni di battaglie, intellettuali, non hanno saputo diradare la folta coltre di nubi che incombe sulla figura, oramai mitologica, di una professione associata ad un essere che rimane incompreso, e molte volte frustato, in una società forte delle proprie idee, retrograde come eufemismo, che lo pongono, stringendolo, all’angolo di un ring che non ha più nulla da offrire. Rimaniamo sempre più inebetiti di fronte alle espressioni linguistico-letterali che persone dal cervello grosso quanto le scarpe perpetrano gratuitamente all’indirizzo d’uomini che hanno scelto il loro lavoro all’interno della creatività e della professionalità resa in termini progettuali e conoscitivi. Questo ci porta a rilegarci autonomamente nell’angolo di cui prima, mentre un fiume d’immagini e conversazioni ci scorre a pochi metri di distanza, quasi in piena, stando attenti a non farci travolgere. Uno sfogo amaro mentre si cerca di portare in Europa una professione che rivendica i suoi diritti, senza screditare quelli degli altri, in un campo che le è connaturato e inscindibile, quello della creatività. Una professione che anche in Italia ha cercato una legge sull’Architettura che non è mai arrivata integralmente come si voleva. Ci guardiamo, alle volte, smarriti attorno, senza trovare nulla che ci possa salvare, cerchiamo nel buio delle nubi, appigli, nessuno. Mentre attorno a noi mille edifici sorgono senza complessità di forme, ma solo con la semplicità delle idee che si traducono in scialbi immobili oltretombali che aleggiano di uno spirito indifferente alla richiesta di un cambiamento che cerchiamo invano. Come chiedere questo alla società che ci ha travolto, abbrutendoci, senza limiti, senza l’opportunità di poter cambiare se non in modo radicale?